De Labore Solis - Il lavoro del sole

Scritti e discorsi nei viaggi  apostolici di Giovanni Paolo II.

VISITA IN LIBANO

CERIMONIA DI BENVENUTO

Signor Presidente, Signor Cardinale, Beatitudini, Eccellenze, Signore, Signori!

Ringrazio innanzitutto il Signor Presidente della Repubblica per le cordiali parole di benvenuto che mi ha appena rivolto a nome di tutti i Libanesi e sono particolarmente sensibile all'accoglienza riservatami in questa memorabile circostanza. Esprimo, altresì, la mia gratitudine alle massime Autorità dello Stato, in particolare a Sua Eccellenza il Signor Presidente del Parlamento e a Sua Eccellenza il Signor Presidente del Consiglio dei Ministri. Sono grato per la loro calorosa accoglienza ai Patriarchi e ai Vescovi cattolici, come pure agli altri Capi religiosi cristiani, musulmani e drusi, alle Autorità civili e militari, e a tutti gli amici libanesi. Saluto i figli e le figlie di questa terra che hanno voluto prendere parte a questa cerimonia attraverso la radio o la televisione. Allah iuberekum! (Dio vi benedica!)

Come non ricordare innanzitutto lo scalo che il Papa Paolo VI volle fare a Beirut, il 2 dicembre 1964, mentre si recava a Bombay? Egli manifestava in tal modo la sua particolare attenzione verso il Libano, mostrando che la Santa Sede stima ed ama questa terra e i suoi abitanti. Oggi, con grande emozione, bacio la terra libanese in segno di amicizia e di rispetto. Vengo a casa vostra, cari Libanesi, come un amico che viene a visitare un popolo che vuole sostenere nel suo quotidiano cammino. Come amico del Libano vengo a incoraggiare i figli e le figlie di questa terra d'accoglienza, questo Paese di antica tradizione spirituale e culturale, desideroso d'indipendenza e di libertà. Al limitare del terzo millennio, il Libano, pur conservando le sue ricchezze specifiche e la propria identità, deve essere pronto ad aprirsi alle nuove realtà della moderna società e ad occupare il suo posto nel concerto delle Nazioni.

Durante gli anni di guerra, con tutta la Chiesa ho seguito attentamente i momenti difficili attraversati dal popolo libanese e mi sono associato con la preghiera alle sofferenze che esso sopportava. In numerose circostanze, sin dall'inizio del mio pontificato, ho invitato la comunità internazionale ad aiutare i Libanesi a ritrovare la pace, all'interno di un territorio nazionale riconosciuto e rispettato da tutti, e a favorire la ricostruzione di una società di giustizia e di fraternità. A giudicare umanamente, numerose persone sono morte invano a causa del conflitto. Alcune famiglie sono state separate. Alcuni Libanesi sono dovuti andare in esilio, lontano dalla loro patria. Persone di cultura e di religione differenti, che vivevano rapporti di intesa e di buon vicinato, si sono trovati separati e persino duramente contrapposti. Questo periodo, che è finalmente passato, resta presente nel ricordo di tutti e lascia numerose ferite nei cuori. Tuttavia, il Libano è chiamato a volgersi risolutamente verso l'avvenire, liberamente determinato dalla scelta dei suoi abitanti. In questo spirito, vorrei rendere omaggio ai figli ed alle figlie di questa terra che, nei periodi travagliati che ho appena ricordato, hanno dato l'esempio della solidarietà, della fraternità, del perdono e della carità, mettendo persino in pericolo la loro vita. Rendo omaggio, in particolare, all'atteggiamento di numerose donne, tra le quali anche madri di famiglia, che sono state fautrici di unità, educatrici alla pace ed alla convivialità, indomite sostenitrici del dialogo tra i gruppi umani e tra le generazioni.

Da questo momento, ognuno è invitato ad impegnarsi per la pace, per la riconciliazione e la vita fraterna, realizzando per la sua parte gesti di perdono e lavorando al servizio della comunità nazionale, affinchè mai più la violenza abbia la meglio sul dialogo, la paura e lo scoraggiamento sulla fiducia, il rancore sull'amore fraterno. In questo nuovo Libano che a poco a poco state rifondando, occorre dare un posto ad ogni cittadino, in particolare a quanti, animati da un legittimo sentimento patriottico, desiderano impegnarsi nell'azione politica o nella vita economica. Da questo punto di vista, la condizione previa ad ogni azione effettivamente democratica è costituita dal giusto equilibrio tra le forze vive della Nazione, secondo il principio di sussidiarietà che esige la partecipazione e la responsabilità di ciascuno nelle decisioni. D'altronde, la gestione della "res publica" poggia sul dialogo e sull'intesa, non per far prevalere interessi particolari o per mantenere privilegi, ma perchè ogni azione sia un servizio ai fratelli, indipendentemente dalle differenze culturali e religiose.

Il 12 giugno 1991 annunciai la convocazione dell'Assemblea speciale per il Libano del Sinodo dei Vescovi. Dopo numerose tappe di riflessione e di condivisione all'interno della Chiesa Cattolica in Libano, essa si è riunita nel novembre e nel dicembre 1995. Oggi, sono venuto presso di voi per celebrare solennemente la fase conclusiva dell'Assemblea sinodale. Porto ai cattolici, ai cristiani delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, e a tutti gli uomini di buona volontà, il frutto dei lavori dei Vescovi, arricchito dai dialoghi cordiali con i delegati fraterni: l'Esortazione apostolica post sinodale "Una speranza nuova per il Libano". Questo documento, che firmerò stasera davanti ai giovani, non è una conclusione, nè un punto d'arrivo del cammino intrapreso. Al contrario, è un invito per tutti i Libanesi ad aprire con fiducia una pagina nuova della loro storia. E' il contributo della Chiesa universale ad una più grande unità nella Chiesa cattolica in Libano, al superamento delle divisioni tra le differenti Chiese e allo sviluppo del Paese, al quale tutti i Libanesi sono chiamati a partecipare.

Giungendo per la prima volta sul suolo del Libano, desidero rinnovarLe, Signor Presidente della Repubblica, la mia riconoscenza per la sua accoglienza. Formulo fervidi voti per la sua persona e per la sua missione presso i suoi compatrioti. Attraverso di Lei, rivolgo il mio saluto cordiale a tutti i cittadini libanesi. Con loro prego per il Libano, perchè sia come lo vuole l'Altissimo. Allah iuberekum! (Dio vi benedica!)


DISCORSO ALL'AEROPORTO DI CITTA' DEL MESSICO

Venerdì, 22 gennaio 1999

Signor Presidente della Repubblica,
Signori Cardinali e Fratelli nell'Episcopato,
Amatissimi fratelli e sorelle del Messico;

Come vent'anni fa, giungo oggi in Messico ed è per me motivo di immensa gioia trovarmi nuovamente in questa terra benedetta, dove Santa Maria di Guadalupe è venerata come Madre amata. Come allora e nelle due visite successive, vengo come Apostolo di Gesù Cristo e Successore di San Pietro a confermare i miei fratelli nella fede, annunciando il Vangelo a tutti gli uomini e le donne. In questa occasione, inoltre, la Capitale sarà sede di un incontro privilegiato ed eccezionale per un appuntamento storico: insieme ai Vescovi di tutto il Continente americano domani presenterò nella Basilica di Guadalupe i frutti del Sinodo che si è svolto un anno fa a Roma. I Vescovi d'America hanno in quell'occasione tracciato le linee fondamentali dell'azione pastorale del futuro che, a partire dalla fede che condividiamo, desideriamo risponda pienamente al piano salvifico di Dio e alla dignità dell'essere umano nel quadro di società giuste, riconciliate e aperte a un progresso tecnico che sia in sintonia con il necessario progresso morale. Tale è la speranza dei Vescovi e dei fedeli che esprimono la loro fede cattolica in spagnolo, inglese, portoghese, francese e nelle molteplici lingue proprie delle culture indigene, che rappresentano le radici di questo Continente della speranza.

Questo pomeriggio, nella sede della Nunziatura, avrò la gioia di firmare l'Esortazione Apostolica dove ho raccolto le idee e le proposte espresse dall'Episcopato d'America. Attraverso la nuova evangelizzazione la Chiesa vuole rivelare meglio la sua identità: essere più vicina a Cristo e alla sua Parola; mostrarsi autentica e libera da condizionamenti mondani; essere meglio al servizio dell'uomo in una prospettiva evangelica; essere fermento di unità e non di divisione dell'umanità che si apre a nuovi, ampliati e ancora non ben definiti orizzonti.

Sono lieto di salutare ora il Dottor Ernesto Zedillo Ponce de León, Presidente degli Stati Uniti del Messico, e di ringraziarlo per le cordiali parole che ha voluto rivolgermi per darmi il benvenuto. Attraverso di lei, signor Presidente, saluto tutto il popolo messicano, questo nobile e amato popolo che lavora, prega e cammina alla ricerca di un futuro sempre migliore nelle vaste pianure di Sonora o di Chihuahua, nelle foreste tropicali di Veracruz o del Chiapas, negli operosi centri industriali di Nuevo León o di Coahuila, alle pendici dei grandi vulcani che s'innalzano nelle serene valli di Puebla e di Città del Messico, negli accoglienti porti dell'Atlantico e del Pacifico. Saluto anche i milioni di messicani che vivono e lavorano al di là delle frontiere nazionali. Essendo questo un viaggio con un carattere continentale, saluto anche tutti coloro che in un modo o nell'altro stanno seguendo questi eventi.

Saluto affettuosamente i miei Fratelli nell'Episcopato, in particolare, il Signor Cardinale Norberto Rivera Carrera, Arcivescovo Primate di México, il Presidente e i membri della Conferenza dell'Episcopato Messicano, così come gli altri Vescovi che sono venuti da altri Paesi per partecipare agli eventi di questa Visita pastorale e in tal modo rinnovare e rafforzare gli stretti vincoli di comunione e di affetto fra tutte le Chiese particolari del continente americano. In questo saluto il mio cuore si apre anche con grande affetto agli amati sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi, alle religiose, ai catechisti e ai fedeli, ai quali mi dono nel Signore. Voglia Dio che questa visita che inizia oggi serva da incoraggiamento a tutti nel generoso sforzo di annunciare Gesù Cristo con rinnovato ardore in vista del nuovo millennio che si avvicina.

Il popolo messicano, da quando mi accolse vent'anni fa con le braccia aperte e pieno di speranza, mi ha accompagnato in molti dei cammini percorsi. Ho incontrato messicani nelle udienze generali del mercoledì e nei grandi eventi che la Chiesa ha celebrato a Roma e in altri luoghi dell'America e del mondo. Ancora riecheggiano nelle mie orecchie i saluti con i quali sempre mi accolgono: Messico sempre fedele e sempre presente! Giungo in un Paese dove la fede cattolica servì da fondamento al meticciato che trasformò l'antica pluralità etnica e antagonistica in unità fraterna e di destino. Non è quindi possibile comprendere il Messico senza la fede portata dalla Spagna a queste terre dai dodici primi francescani e consolidata in seguito dai domenicani, dai gesuiti, dagli agostiniani e da altri predicatori della Parola salvifica di Cristo. Oltre all'opera evangelizzatrice, che fa del cattolicesimo parte integrante e fondamentale dell'anima della Nazione, i missionari lasciarono profonde tracce culturali e prodigiose espressioni d'arte che sono oggi motivo di legittimo orgoglio per tutti i messicani e ricca espressione della loro civiltà.

Giungo in un Paese la cui storia è percorsa, come fiumi talvolta occulti e sempre copiosi, da tre realtà che a volte si incontrano e altre rivelano le loro differenze complementari, senza mai confondersi del tutto: l'antica e ricca sensibilità dei popoli indigeni che amarono Juan de Zumárraga e Vasco de Quiroga, che molti di questi popoli continuano a chiamare padri, il cristianesimo radicato nell'anima dei messicani e la moderna razionalità, di taglio europeo, che tanto ha voluto esaltare l'indipendenza e la libertà. So che non sono poche le menti lungimiranti che si sforzano affinché queste correnti di pensiero e di cultura riescano a coniugare meglio i loro flussi abbondanti mediante il dialogo, lo sviluppo socio-culturale e la volontà di costruire un futuro migliore. Vengo da voi, messicani di tutte le classi e condizioni sociali e da voi, fratelli del continente americano, per salutarvi in nome di Cristo: il Dio che si fece uomo affinché tutti gli uomini potessero prendere coscienza della loro chiamata alla filiazione divina in Cristo. Insieme ai miei fratelli Vescovi del Messico e di tutta l'America, vengo a prostrarmi dinanzi al mantello del Beato Juan Diego. Chiederò a Santa Maria di Guadalupe, alla fine di un millennio fecondo e tormentato, che il prossimo sia un millennio in cui in Messico, in America e nel mondo intero si aprano cammini sicuri di fraternità e di pace. Fraternità e pace che in Gesù Cristo possono trovare basi sicure e spaziose vie di progresso. Con la pace di Cristo, auguro ai messicani di avere successo nella ricerca della concordia fra tutti, poiché costituiscono una grande Nazione che li rende fratelli.

 Sentendomi già prostrato di fronte alla Morenita del Tepeyac, Regina del Messico e Imperatrice d'America, da questo momento affido alla sua materna sollecitudine il destino di questa Nazione e di tutto il Continente. Che il nuovo secolo e il nuovo millennio favoriscano una rinascita generale sotto lo sguardo di Cristo, vita e speranza nostra, che ci offre sempre vie di fraternità e di sana convivenza umana! Che Santa Maria di Guadalupe aiuti il Messico e l'America a camminare uniti lungo questi sentieri sicuri e pieni di luce!

 

DISCORSO ALL'AEROPORTO DI GDANSK

Sabato, 5 giugno 1999

Signor Presidente della Repubblica di Polonia,
Signor Cardinale Primate, Signor Arcivescovo Metropolita di Gdansk,

Rendo grazie alla Divina Provvidenza di potermi incontrare per la settima volta, come pellegrino, con i miei connazionali e provare così la gioia di visitare la mia cara Patria. Abbraccio con il cuore tutti e ciascuno: tutta la terra polacca, tutti i suoi abitanti. Ricevete da me il saluto d’amore e di pace. Il saluto di un vostro connazionale, che viene per un bisogno del cuore e porta la benedizione di Dio che “è amore” (1Gv 4, 8).

Saluto il Signor Presidente ed insieme lo ringrazio per le cordiali parole rivoltemi a nome delle Autorità di Stato della Repubblica di Polonia. Saluto i Signori Cardinali, Arcivescovi e Vescovi. Al Signor Cardinale Primate rivolgo un sincero grazie per le parole di benvenuto. Saluto tutta la Chiesa in Polonia: i presbiteri, i consacrati, gli studenti dei seminari maggiori e tutti i fedeli, e in modo particolare coloro che soffrono, gli infermi e le persone sole. Vi chiedo di pregare affinché il mio servizio nella Patria porti gli attesi frutti spirituali. Il mio pellegrinaggio in Patria è quasi un prolungamento di quello precedente, del 1997. Lo inizio sulle coste del Baltico, a Gdansk dove si sono compiute grandi opere e importanti eventi della storia della nostra Nazione. Qui, infatti, nel 997, Sant’Adalberto terminò la sua missione apostolica. Due anni fa mi fu dato di iniziare con solennità il Giubileo del millennio della sua morte per martirio. Egli è il Patrono della diocesi di Gdansk, perciò dirigo a questa città i miei primi passi.

La testimonianza del martirio di Adalberto divenne germe che genera santità. Da mille anni la Chiesa serve fedelmente questo mistero di grazia nella terra dei Piast e desidera continuare a svolgere efficacemente tale servizio, imitando il suo unico Maestro e Signore. Perciò tende sempre a rinnovarsi affinché, in tutti i tempi sia riconoscibile sul suo volto l’immagine di Cristo, “testimone insuperabile di amore paziente e di umile mitezza” (Tertio millennio adveniente, 35). Un tale rinnovamento si proponeva il Concilio Vaticano II, che sotto l'impulso dello Spirito Santo indicò alla Chiesa le vie lungo le quali camminare al termine del secondo millennio, per portare nel mondo contemporaneo l’eterno mistero di un Dio che ama. Il secondo Sinodo Plenario della Chiesa in Polonia, inaugurato l’8 giugno 1991 a Varsavia, che chiuderemo durante questo pellegrinaggio, ha il compito di rendere sempre attuale questo insegnamento conciliare, affinché l’iniziato rinnovamento interiore del Popolo di Dio in terra polacca, possa continuare e compiersi fruttuosamente, contribuendo ad una nuova primavera dello spirito a misura dei tempi verso i quali camminiamo.

Mentre volge lo sguardo al futuro, la Chiesa conferma allo stesso tempo la propria identità formata nel corso di due millenni mediante delle sue figlie e dei suoi figli allo Spirito Santo. Questa identità acquista un’espressione particolare nella vita dei santi testimoni del mistero dell’amore di Dio. Le beatificazioni che avranno luogo, durante il presente pellegrinaggio, a Warszawa e a Torun, e la canonizzazione a Stary Sacz, mostreranno la grandezza e la bellezza della santità della vita e la potenza dell’azione di Dio nell’uomo. Sia benedetto Dio che “è amore” per tutti i frutti di questa santità, per tutti i doni dello Spirito di questo millennio che sta per terminare. C’è ancora un motivo, molto importante, di questo pellegrinaggio. Quest’anno celebriamo il millennio dell’istituzione, da parte del papa Silvestro II, della metropoli indipendente di Gniezno, composta da quattro diocesi: Gniezno, Kolobrzeg, Wroclaw e Kraków. In un certo senso, questo fu il primo frutto in terra polacca della morte per martirio di Sant’Adalberto. La nazione, da poco battezzata, iniziò la sua peregrinazione attraverso la storia insieme ai suoi Pastori - Vescovi delle nuove diocesi. Per la Chiesa in Polonia e per tutta la nazione fu un grande evento, la cui memoria celebreremo a Kraków.

Sono lieto perché questo pellegrinaggio in patria inizia a Gdansk, una città che è entrata per sempre nella storia della Polonia, dell’Europa, e forse persino del mondo. E' qui infatti che si fece sentire in modo particolare la voce delle coscienze che invocavano il rispetto della dignità dell’uomo, specialmente del lavoratore, la voce che reclamava la libertà, la giustizia e la solidarietà fra gli uomini. Questo grido delle coscienze destate dal sonno è risuonato con tanta forza da aprire lo spazio per la sospirata libertà, che è divenuta e continua a rimanere per noi un grande compito e una sfida per l’oggi e per il futuro. Proprio a Gdansk nasceva una Polonia nuova, di cui oggi godiamo tanto e di cui siamo orgogliosi. Constato con letizia che il nostro Paese ha fatto grandi progressi sulla via dello sviluppo economico. Grazie allo sforzo di tutti i suoi cittadini la Polonia può guardare con speranza al futuro. E’ un Paese che si è conquistato negli ultimi anni un particolare riconoscimento e il rispetto delle altre nazioni del mondo. Per tutto ciò sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Prego incessantemente affinché lo sviluppo materiale del Paese vada di pari passo con il suo sviluppo spirituale.

Vengo da voi alla vigilia del Grande Giubileo dell’Anno 2000. Vengo come un pellegrino dai figli e dalle figlie della mia Patria con parole di fede, speranza e carità. Al tramonto di questo millennio ed insieme alla soglia dei tempi nuovi che verranno, voglio meditare insieme ai miei connazionali il grande mistero dell’amore di Dio, e lodare Dio che “è amore”. Egli infatti “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16). Insieme a voi mi chino su questo ineffabile mistero del divino amore e della divina misericordia.   Desidero tanto che mediante il mio ministero pastorale, durante il presente pellegrinaggio, il divino messaggio dell’amore giunga ad ogni famiglia e in ogni casa, a tutti i miei connazionali che abitano in Polonia o fuori dei suoi confini, ovunque si trovino.

“La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti noi” (cfr. 2Cor 13, 13) in questi giorni di pellegrinaggio e per sempre.

 

VISITA ALLA DIOCESI DI ISCHIA
Domenica, 5 maggio 2002
OMELIA 


"Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1Pt 3, 15).

Con queste parole dell'apostolo Pietro, desidero salutare tutti voi, carissimi Fratelli e Sorelle di Ischia. Grazie per la vostra calorosa accoglienza!

Saluto in primo luogo il vostro amato Pastore, Mons. Filippo Strofaldi, e lo ringrazio per le parole di benvenuto che ha voluto rivolgermi a nome vostro. Estendo il mio cordiale saluto ai Vescovi della Campania e agli altri Presuli presenti, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose e alle varie componenti della famiglia diocesana.


Rivolgo un deferente pensiero al Rappresentante del Governo italiano, come pure ai Rappresentanti del Comune, della Provincia di Napoli e della Regione Campania. Saluto anche le altre Autorità politiche e militari, che con la loro presenza hanno voluto onorare questo nostro incontro. Ringrazio poi quanti hanno offerto la loro generosa collaborazione per preparare questa mia visita.


Stringo infine a me in un grande abbraccio tutti voi, abitanti dell'isola, con una speciale parola per gli anziani, gli ammalati, i bambini, le famiglie, senza dimenticare coloro che, per vari motivi, non hanno potuto essere con noi quest'oggi.



Permettete, carissimi Fratelli e Sorelle, che nel contesto di questa solenne e festosa celebrazione eucaristica, indirizzi alla vostra amata comunità tre parole importanti, prendendole dalle letture bibliche poc'anzi proclamate.

La prima è: "ascolta!". La troviamo nel vivace racconto del libro degli Atti degli Apostoli, dove si narra che "le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva" (At 8, 6). L'ascolto del testimone di Gesù, che parla di Lui con amore ed entusiasmo, produce, come frutto immediato, la gioia. Nota san Luca: "E vi fu grande gioia in quella città" (At 8, 8).


Comunità cristiana di Ischia, se vuoi sperimentare anche tu questa gioia, resta in ascolto della Parola di Dio! Porterai così a compimento la tua missione, camminando sotto l'azione dello Spirito Santo. Diffonderai il Vangelo della gioia e della pace, rimanendo unita al tuo Vescovo e ai sacerdoti, suoi primi collaboratori.

Come è avvenuto per le comunità di Samaria, di cui parla la prima lettura, scenderà anche su di te l'effusione abbondante del Consolatore, il quale - lo ricorda il Concilio Vaticano II - "muove il cuore e lo rivolge a Dio, apre gli occhi della mente, e dà a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla Verità" (Cost. Dei Verbum, 5).

 



Fratelli e Sorelle carissimi, c'è una seconda parola che vorrei rivolgervi, ed è: "accogli!". La vostra splendida isola, meta di un gran numero di visitatori e turisti, conosce bene il valore dell'accoglienza. Ischia, pertanto, può diventare un laboratorio privilegiato anche di quella tipica accoglienza, che i discepoli di Cristo sono chiamati ad offrire a tutti, da qualunque paese provengano e a qualsiasi cultura appartengano. Solo chi ha aperto l'animo a Cristo è in grado di offrire un'accoglienza mai formale e superficiale, ma contrassegnata da "dolcezza" e da "rispetto" (cfr 1 Pt 3, 15).

La fede accompagnata da opere buone è contagiosa e irradiante, perché rende visibile e comunica l'amore di Dio. Tendete a far vostro questo stile di vita, ascoltando le parole dell'apostolo Pietro, poco fa proclamate nella seconda lettura (cfr 1Pt 3, 15). Egli esorta i credenti a rispondere sempre con pronta disponibilità "a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi". E aggiunge che è "meglio, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male" (1Pt 3, 17).



Quanta saggezza umana e quanta ricchezza spirituale in questi semplici, ma fondamentali consigli ascetici e pastorali! Essi conducono alla terza parola che vorrei affidarvi: "ama!". L'ascolto e l'accoglienza aprono l'animo all'amore. Il brano del Vangelo di Giovanni, appena letto, ci aiuta a meglio comprendere questa misteriosa realtà. Esso ci mostra come l'amore sia il pieno compimento della vocazione della persona secondo il disegno di Dio. Questo amore è il grande dono di Gesù, che ci rende veramente e pienamente uomini. "Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, - dice il Signore - questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui" (Gv 14, 21).

Quando ci si sente amati, si è più facilmente spinti ad amare. Quando si sperimenta l'amore di Dio, si è più pronti a seguire Colui che ha amato i suoi discepoli "sino alla fine" (Gv 13, 1), cioè fino al dono totale di sé.


È di questo amore che l'umanità, oggi forse più che mai, ha bisogno, perché solo l'amore è credibile. È la fede incrollabile in questo amore che ispira ai discepoli di Gesù di ogni epoca pensieri di pace, spalancando orizzonti di perdono e di concordia. Certo, ciò è impossibile secondo la logica del mondo, ma tutto si rende possibile a chi si lascia trasformare dalla grazia dello Spirito di Cristo, effusa con il Battesimo nei nostri cuori (cfr Rm 5, 5).

Chiesa che vivi in Ischia: sii docile e obbediente alla Parola di Dio e sarai laboratorio di pace e di autentico amore. Diventerai Chiesa sempre più accogliente, dove tutti si sentono a casa. Coloro che vengono a visitarti ripartiranno rinfrancati nel corpo, ma ancor più rinvigoriti nello spirito.

Sotto la guida illuminata e prudente del tuo Pastore, sii una comunità che sa "ascoltare", una terra pronta ad "accogliere", una famiglia che si sforza di "amare" tutti in Cristo.



Ti affido alla Vergine Maria, Madre del Bell'Amore, perché ti aiuti a far risplendere la tua identità di Chiesa di Cristo, di Chiesa dell'Amore.

Ti siano di esempio e di aiuto i santi Patroni, nei quali si è resa concreta in modo visibile e credibile la divina carità.

Chiesa che vivi in Ischia! Il soffio dello Spirito di Cristo ti spinge verso gli orizzonti sconfinati della santità. Non temere, ma con fiducia prendi il largo! Avanza fiduciosa. Sempre! Amen.


discorso  all'Aeroporto di La Habana

21 gennaio 1998

Signor Presidente, Signor Cardinale e Fratelli nell'Episcopato, Eccellentissime Autorità,
Membri del Corpo Diplomatico, Carissimi fratelli e sorelle di Cuba:

Rendo grazie a Dio, Signore della storia e dei nostri destini, che mi ha permesso di venire in questa terra, definita da Cristoforo Colombo come «la più bella che occhi umani abbiano mai visto». Nel giungere su quest'Isola, dove fu piantata, più di cinquecento anni fa, la Croce di Cristo — croce oggi gelosamente custodita come un tesoro nella chiesa parrocchiale di Baracoa, nell'estremità orientale del Paese — saluto tutti con particolare emozione e grande affetto. È giunto il felice giorno, tanto a lungo desiderato, in cui posso rispondere all'invito che i Vescovi di Cuba mi hanno formulato già da tempo, invito che anche il Signor Presidente della Repubblica mi ha rivolto e che mi ha ribadito personalmente in Vaticano in occasione della sua visita nel mese di novembre del 1996. Mi riempie di soddisfazione visitare questa Nazione, stare con Voi e poter condividere così alcune giornate piene di fede, di speranza e di amore.

Mi è gradito rivolgere un saluto in primo luogo al Signor Presidente, Dr. Fidel Castro Ruz, che ha compiuto il gesto di venire a ricevermi e al quale desidero manifestare la mia gratitudine per le sue parole di benvenuto. Esprimo ugualmente il mio riconoscimento alle altre autorità qui presenti, così come al Corpo Diplomatico e a quanti hanno offerto la loro preziosa collaborazione per preparare questa Visita pastorale. Saluto con profondo affetto i miei Fratelli nell'Episcopato, in particolare il Signor Cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, Arcivescovo di La Habana e ciascuno degli altri Vescovi cubani come pure quelli che sono venuti da altri Paesi per partecipare agli eventi di questa Visita pastorale e rinnovare così e rafforzare, come in tante altre occasioni, gli stretti vincoli di comunione e di affetto delle loro Chiese particolari con la Chiesa che è a Cuba. In questo saluto il mio cuore si apre anche con grande affetto ai cari sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi, alle religiose, ai catechisti e ai fedeli, ai quali sono debitore nel Signore come Pastore e Servitore della Chiesa Universale (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 22). In tutti voi vedo l'immagine di questa Chiesa locale, tanto amata e sempre presente nel mio cuore, e mi sento molto solidale e vicino alle vostre aspirazioni e ai vostri legittimi desideri. Dio voglia che questa Visita che inizia oggi serva a ravvivare in tutti l'impegno a mettere in atto il proprio sforzo per soddisfare queste aspettative con il contributo di ogni cubano e con l'aiuto dello Spirito Santo. Voi siete e dovete essere i protagonisti della vostra storia personale e nazionale.

Saluto anche cordialmente tutto il popolo cubano, rivolgendomi a tutti senza eccezioni: uomini e donne, anziani e giovani, adolescenti e bambini, alle persone che incontrerò e a quelle che non potranno partecipare alle varie celebrazioni per motivi diversi. Con questo Viaggio apostolico vengo, nel nome del Signore, a confermarvi nella fede, ad animarvi nella speranza, ad incoraggiarvi nella carità; per condividere il vostro profondo spirito religioso, le vostre pene, le vostre gioie e le vostre sofferenze, celebrando, come membri di una grande famiglia, il mistero dell'Amore divino e renderlo più profondamente presente nella vita e nella storia di questo nobile popolo, che ha sete di Dio e dei valori spirituali che la Chiesa, in questi cinque secoli di presenza sull'Isola, non ha mai smesso di dispensare. Vengo come pellegrino dell'amore, della verità e della speranza, con il desiderio di dare un nuovo impulso all'opera evangelizzatrice che, anche in mezzo alle difficoltà, questa Chiesa locale prosegue con vitalità e dinamismo apostolico camminando verso il terzo Millennio cristiano.

Nel compimento del mio ministero, ho sempre annunciato la verità su Gesù Cristo, il quale ci ha rivelato la verità sull'uomo, la sua missione nel mondo, la grandezza del suo destino e la sua inviolabile dignità. A tale proposito, il servizio all'uomo è il cammino della Chiesa. Oggi vengo a condividere con Voi la mia profonda convinzione che il Messaggio del Vangelo conduce all'amore, alla dedizione, al sacrificio e al perdono, in modo che se un popolo percorre questo cammino vuol dire che è un popolo che ha la speranza di un futuro migliore. Perciò, fin dai primi momenti della mia presenza fra di Voi, voglio dire con la stessa forza dell'inizio del mio Pontificato: «Non abbiate paura di aprire il vostro cuore a Cristo», lasciate che Egli entri nella vostra vita, nelle vostre famiglie, nella società, affinché in questo modo tutto venga rinnovato. La Chiesa ripete questo appello, convocando tutti, senza eccezioni: persone, famiglie, popoli, affinché seguendo fedelmente Gesù Cristo incontrino il senso pieno della loro vita, si pongano al servizio dei loro simili, trasformino i rapporti familiari, lavorativi e sociali, il che andrà sempre più a beneficio della Patria e della società.

La Chiesa a Cuba ha annunciato sempre Gesù Cristo, anche se a volte ha dovuto farlo con un numero insufficiente di sacerdoti e in circostanze difficili. Desidero esprimere la mia riconoscenza a tanti credenti cubani per la loro fedeltà a Cristo, alla Chiesa e al Papa, come anche per il rispetto dimostrato nei confronti delle tradizioni religiose più autentiche apprese dagli avi e per il coraggioso e perseverante spirito di dedizione di cui hanno dato prova nelle loro sofferenze e aspirazioni. Tutto ciò è stato ricompensato in molte occasioni dalla solidarietà dimostrata da altre comunità ecclesiali dell'America e del mondo intero. Oggi, come sempre, la Chiesa a Cuba desidera poter disporre dello spazio necessario per continuare a servire tutti in conformità alla missione e agli insegnamenti di Gesù Cristo. Amati figli della Chiesa cattolica a Cuba: so bene quanto avete atteso il momento della mia Visita e voi sapete quanto io l'ho desiderato. Per questo accompagno con la preghiera i miei migliori auspici affinché questa terra possa offrire a tutti un clima di libertà, di fiducia reciproca, di giustizia sociale e di pace duratura. Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba, affinché questo popolo che come ogni uomo e ogni nazione ricerca la verità, lavora per andare avanti, aspira alla concordia e alla pace, possa guardare al futuro con speranza.

Con la fiducia riposta nel Signore e sentendomi profondamente unito agli amati figli e figlie di Cuba, ringrazio di cuore per questa calorosa accoglienza con la quale inizia la mia Visita pastorale, che affido alla materna protezione della Santissima «Virgen de la Caridad del Cobre». Benedico di cuore tutti e, in modo particolare, i poveri, i malati, gli emarginati e quanti soffrono nel corpo e nello spirito.

Sia lodato Gesù Cristo!

Molte Grazie.