De Labore Solis - Il lavoro del sole
Scritti e discorsi nei
viaggi apostolici di Giovanni Paolo II.
VISITA IN LIBANO
CERIMONIA DI BENVENUTO
Signor Presidente, Signor
Cardinale, Beatitudini, Eccellenze, Signore,
Signori!
Ringrazio innanzitutto il Signor
Presidente della Repubblica per le cordiali
parole di benvenuto che mi ha appena rivolto a
nome di tutti i Libanesi e sono particolarmente
sensibile all'accoglienza riservatami in questa
memorabile circostanza. Esprimo, altresì, la mia
gratitudine alle massime Autorità dello Stato,
in particolare a Sua Eccellenza il Signor
Presidente del Parlamento e a Sua Eccellenza il
Signor Presidente del Consiglio dei Ministri.
Sono grato per la loro calorosa accoglienza ai
Patriarchi e ai Vescovi cattolici, come pure
agli altri Capi religiosi cristiani, musulmani e
drusi, alle Autorità civili e militari, e a
tutti gli amici libanesi. Saluto i figli e le
figlie di questa terra che hanno voluto prendere
parte a questa cerimonia attraverso la radio o
la televisione.
Allah iuberekum! (Dio
vi benedica!)
Come non ricordare
innanzitutto lo scalo che il Papa Paolo VI volle
fare a Beirut, il 2 dicembre 1964, mentre si
recava a Bombay? Egli manifestava in tal modo la
sua particolare attenzione verso il Libano,
mostrando che la Santa Sede stima ed ama questa
terra e i suoi abitanti. Oggi, con grande
emozione, bacio la terra libanese in segno di
amicizia e di rispetto. Vengo a casa vostra,
cari Libanesi, come un amico che viene a
visitare un popolo che vuole sostenere nel suo
quotidiano cammino. Come amico del Libano vengo
a incoraggiare i figli e le figlie di questa
terra d'accoglienza, questo Paese di antica
tradizione spirituale e culturale, desideroso
d'indipendenza e di libertà. Al limitare del
terzo millennio, il Libano, pur conservando le
sue ricchezze specifiche e la propria identità,
deve essere pronto ad aprirsi alle nuove realtà
della moderna società e ad occupare il suo posto
nel concerto delle Nazioni.
Durante gli anni di guerra, con tutta
la Chiesa ho seguito attentamente i momenti
difficili attraversati dal popolo libanese e mi
sono associato con la preghiera alle sofferenze
che esso sopportava. In numerose circostanze,
sin dall'inizio del mio pontificato, ho invitato
la comunità internazionale ad aiutare i Libanesi
a ritrovare la pace, all'interno di un
territorio nazionale riconosciuto e rispettato
da tutti, e a favorire la ricostruzione di una
società di giustizia e di fraternità. A
giudicare umanamente, numerose persone sono
morte invano a causa del conflitto. Alcune
famiglie sono state separate. Alcuni Libanesi
sono dovuti andare in esilio, lontano dalla loro
patria. Persone di cultura e di religione
differenti, che vivevano rapporti di intesa e di
buon vicinato, si sono trovati separati e
persino duramente contrapposti.
Questo periodo, che è
finalmente passato, resta presente nel ricordo
di tutti e lascia numerose ferite nei cuori.
Tuttavia, il Libano è chiamato a volgersi
risolutamente verso l'avvenire, liberamente
determinato dalla scelta dei suoi abitanti. In
questo spirito, vorrei rendere omaggio ai figli
ed alle figlie di questa terra che, nei periodi
travagliati che ho appena ricordato, hanno dato
l'esempio della solidarietà, della fraternità,
del perdono e della carità, mettendo persino in
pericolo la loro vita. Rendo omaggio, in
particolare, all'atteggiamento di numerose
donne, tra le quali anche madri di famiglia, che
sono state fautrici di unità, educatrici alla
pace ed alla convivialità, indomite sostenitrici
del dialogo tra i gruppi umani e tra le
generazioni.
Da questo momento, ognuno è invitato
ad impegnarsi per la pace, per la
riconciliazione e la vita fraterna, realizzando
per la sua parte gesti di perdono e lavorando al
servizio della comunità nazionale, affinchè mai
più la violenza abbia la meglio sul dialogo, la
paura e lo scoraggiamento sulla fiducia, il
rancore sull'amore fraterno.
In questo nuovo Libano
che a poco a poco state rifondando, occorre dare
un posto ad ogni cittadino, in particolare a
quanti, animati da un legittimo sentimento
patriottico, desiderano impegnarsi nell'azione
politica o nella vita economica. Da questo punto
di vista, la condizione previa ad ogni azione
effettivamente democratica è costituita dal
giusto equilibrio tra le forze vive della
Nazione, secondo il principio di sussidiarietà
che esige la partecipazione e la responsabilità
di ciascuno nelle decisioni. D'altronde, la
gestione della "res publica" poggia sul dialogo
e sull'intesa, non per far prevalere interessi
particolari o per mantenere privilegi, ma perchè
ogni azione sia un servizio ai fratelli,
indipendentemente dalle differenze culturali e
religiose.
Il 12 giugno 1991
annunciai la convocazione dell'Assemblea
speciale per il Libano del Sinodo dei Vescovi.
Dopo numerose tappe di riflessione e di
condivisione all'interno della Chiesa Cattolica
in Libano, essa si è riunita nel novembre e nel
dicembre 1995. Oggi, sono venuto presso di voi
per celebrare solennemente la fase conclusiva
dell'Assemblea sinodale. Porto ai cattolici, ai
cristiani delle altre Chiese e Comunità
ecclesiali, e a tutti gli uomini di buona
volontà, il frutto dei lavori dei Vescovi,
arricchito dai dialoghi cordiali con i delegati
fraterni: l'Esortazione apostolica post sinodale
"Una speranza nuova per il Libano". Questo
documento, che firmerò stasera davanti ai
giovani, non è una conclusione, nè un punto
d'arrivo del cammino intrapreso. Al contrario, è
un invito per tutti i Libanesi ad aprire con
fiducia una pagina nuova della loro storia. E'
il contributo della Chiesa universale ad una più
grande unità nella Chiesa cattolica in Libano,
al superamento delle divisioni tra le differenti
Chiese e allo sviluppo del Paese, al quale tutti
i Libanesi sono chiamati a partecipare.
Giungendo per la prima volta sul suolo
del Libano, desidero rinnovarLe, Signor
Presidente della Repubblica, la mia riconoscenza
per la sua accoglienza. Formulo fervidi voti per
la sua persona e per la sua missione presso i
suoi compatrioti. Attraverso di Lei, rivolgo il
mio saluto cordiale a tutti i cittadini
libanesi. Con loro prego per il Libano, perchè
sia come lo vuole l'Altissimo.
Allah iuberekum! (Dio
vi benedica!)
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DISCORSO ALL'AEROPORTO DI CITTA' DEL MESSICO
Venerdì, 22 gennaio 1999
Signor Presidente della
Repubblica,
Signori Cardinali e Fratelli nell'Episcopato,
Amatissimi fratelli e sorelle del Messico;
Come vent'anni fa, giungo oggi in
Messico ed è per me motivo di immensa gioia
trovarmi nuovamente in questa terra benedetta,
dove Santa Maria di Guadalupe è venerata come
Madre amata. Come allora e nelle due visite
successive, vengo come Apostolo di Gesù Cristo e
Successore di San Pietro a confermare i miei
fratelli nella fede, annunciando il Vangelo a
tutti gli uomini e le donne. In questa
occasione, inoltre, la Capitale sarà sede di un
incontro privilegiato ed eccezionale per un
appuntamento storico: insieme ai Vescovi di
tutto il Continente americano domani presenterò
nella Basilica di Guadalupe i frutti del Sinodo
che si è svolto un anno fa a Roma.
I Vescovi
d'America hanno in quell'occasione tracciato le
linee fondamentali dell'azione pastorale del
futuro che, a partire dalla fede che
condividiamo, desideriamo risponda pienamente al
piano salvifico di Dio e alla dignità
dell'essere umano nel quadro di società giuste,
riconciliate e aperte a un progresso tecnico che
sia in sintonia con il necessario progresso
morale. Tale è la speranza dei Vescovi e dei
fedeli che esprimono la loro fede cattolica in
spagnolo, inglese, portoghese, francese e nelle
molteplici lingue proprie delle culture
indigene, che rappresentano le radici di questo
Continente della speranza.
Questo pomeriggio, nella
sede della Nunziatura, avrò la gioia di firmare
l'Esortazione Apostolica dove ho raccolto le
idee e le proposte espresse dall'Episcopato
d'America. Attraverso la nuova evangelizzazione
la Chiesa vuole rivelare meglio la sua identità:
essere più vicina a Cristo e alla sua Parola;
mostrarsi autentica e libera da condizionamenti
mondani; essere meglio al servizio dell'uomo in
una prospettiva evangelica; essere fermento di
unità e non di divisione dell'umanità che si
apre a nuovi, ampliati e ancora non ben definiti
orizzonti.
Sono lieto di salutare ora
il Dottor Ernesto Zedillo Ponce de León,
Presidente degli Stati Uniti del Messico, e di
ringraziarlo per le cordiali parole che ha
voluto rivolgermi per darmi il benvenuto.
Attraverso di lei, signor Presidente, saluto
tutto il popolo messicano, questo nobile e amato
popolo che lavora, prega e cammina alla ricerca
di un futuro sempre migliore nelle vaste pianure
di Sonora o di Chihuahua, nelle foreste
tropicali di Veracruz o del Chiapas, negli
operosi centri industriali di Nuevo León o di
Coahuila, alle pendici dei grandi vulcani che
s'innalzano nelle serene valli di Puebla e di
Città del Messico, negli accoglienti porti
dell'Atlantico e del Pacifico. Saluto anche i
milioni di messicani che vivono e lavorano al di
là delle frontiere nazionali. Essendo questo un
viaggio con un carattere continentale, saluto
anche tutti coloro che in un modo o nell'altro
stanno seguendo questi eventi.
Saluto affettuosamente i
miei Fratelli nell'Episcopato, in particolare,
il Signor Cardinale Norberto Rivera Carrera,
Arcivescovo Primate di México, il Presidente e i
membri della Conferenza dell'Episcopato
Messicano, così come gli altri Vescovi che sono
venuti da altri Paesi per partecipare agli
eventi di questa Visita pastorale e in tal modo
rinnovare e rafforzare gli stretti vincoli di
comunione e di affetto fra tutte le Chiese
particolari del continente americano. In questo
saluto il mio cuore si apre anche con grande
affetto agli amati sacerdoti, ai diaconi, ai
religiosi, alle religiose, ai catechisti e ai
fedeli, ai quali mi dono nel Signore. Voglia Dio
che questa visita che inizia oggi serva da
incoraggiamento a tutti nel generoso sforzo di
annunciare Gesù Cristo con rinnovato ardore in
vista del nuovo millennio che si avvicina.
Il popolo messicano, da quando mi
accolse vent'anni fa con le braccia aperte e
pieno di speranza, mi ha accompagnato in molti
dei cammini percorsi. Ho incontrato messicani
nelle udienze generali del mercoledì e nei
grandi eventi che la Chiesa ha celebrato a Roma
e in altri luoghi dell'America e del mondo.
Ancora riecheggiano nelle mie orecchie i saluti
con i quali sempre mi accolgono: Messico sempre
fedele e sempre presente!
Giungo in un Paese dove la fede
cattolica servì da fondamento al meticciato che
trasformò l'antica pluralità etnica e
antagonistica in unità fraterna e di destino.
Non è quindi possibile comprendere il Messico
senza la fede portata dalla Spagna a queste
terre dai dodici primi francescani e consolidata
in seguito dai domenicani, dai gesuiti, dagli
agostiniani e da altri predicatori della Parola
salvifica di Cristo. Oltre all'opera
evangelizzatrice, che fa del cattolicesimo parte
integrante e fondamentale dell'anima della
Nazione, i missionari lasciarono profonde tracce
culturali e prodigiose espressioni d'arte che
sono oggi motivo di legittimo orgoglio per tutti
i messicani e ricca espressione della loro
civiltà.
Giungo in un Paese la cui storia è
percorsa, come fiumi talvolta occulti e sempre
copiosi, da tre realtà che a volte si incontrano
e altre rivelano le loro differenze
complementari, senza mai confondersi del tutto:
l'antica e ricca sensibilità dei popoli indigeni
che amarono Juan de Zumárraga e Vasco de Quiroga,
che molti di questi popoli continuano a chiamare
padri, il cristianesimo radicato nell'anima dei
messicani e la moderna razionalità, di taglio
europeo, che tanto ha voluto esaltare
l'indipendenza e la libertà. So che non sono
poche le menti lungimiranti che si sforzano
affinché queste correnti di pensiero e di
cultura riescano a coniugare meglio i loro
flussi abbondanti mediante il dialogo, lo
sviluppo socio-culturale e la volontà di
costruire un futuro migliore.
Vengo da voi, messicani di tutte le
classi e condizioni sociali e da voi, fratelli
del continente americano, per salutarvi in nome
di Cristo: il Dio che si fece uomo affinché
tutti gli uomini potessero prendere coscienza
della loro chiamata alla filiazione divina in
Cristo. Insieme ai miei fratelli Vescovi del
Messico e di tutta l'America, vengo a prostrarmi
dinanzi al mantello del Beato Juan Diego.
Chiederò a Santa Maria di Guadalupe, alla fine
di un millennio fecondo e tormentato, che il
prossimo sia un millennio in cui in Messico, in
America e nel mondo intero si aprano cammini
sicuri di fraternità e di pace. Fraternità e
pace che in Gesù Cristo possono trovare basi
sicure e spaziose vie di progresso. Con la pace
di Cristo, auguro ai messicani di avere successo
nella ricerca della concordia fra tutti, poiché
costituiscono una grande Nazione che li rende
fratelli.
Sentendomi già prostrato
di fronte alla Morenita del Tepeyac, Regina del
Messico e Imperatrice d'America, da questo
momento affido alla sua materna sollecitudine il
destino di questa Nazione e di tutto il
Continente. Che il nuovo secolo e il nuovo
millennio favoriscano una rinascita generale
sotto lo sguardo di Cristo, vita e speranza
nostra, che ci offre sempre vie di fraternità e
di sana convivenza umana! Che Santa Maria di
Guadalupe aiuti il Messico e l'America a
camminare uniti lungo questi sentieri sicuri e
pieni di luce!
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DISCORSO ALL'AEROPORTO DI GDANSK
Sabato, 5 giugno 1999
Signor Presidente della
Repubblica di Polonia,
Signor Cardinale Primate, Signor Arcivescovo
Metropolita di Gdansk,
Rendo grazie alla Divina
Provvidenza di potermi incontrare per la settima
volta, come pellegrino, con i miei connazionali
e provare così la gioia di visitare la mia cara
Patria. Abbraccio con il cuore tutti e ciascuno:
tutta la terra polacca, tutti i suoi abitanti.
Ricevete da me il saluto d’amore e di pace. Il
saluto di un vostro connazionale, che viene per
un bisogno del cuore e porta la benedizione di
Dio che “è amore” (1Gv 4, 8).
Saluto il Signor Presidente ed insieme
lo ringrazio per le cordiali parole rivoltemi a
nome delle Autorità di Stato della Repubblica di
Polonia. Saluto i Signori Cardinali, Arcivescovi
e Vescovi. Al Signor Cardinale Primate rivolgo
un sincero grazie per le parole di benvenuto.
Saluto tutta la Chiesa in Polonia: i presbiteri,
i consacrati, gli studenti dei seminari maggiori
e tutti i fedeli, e in modo particolare coloro
che soffrono, gli infermi e le persone sole. Vi
chiedo di pregare affinché il mio servizio nella
Patria porti gli attesi frutti spirituali.
Il mio pellegrinaggio in Patria è
quasi un prolungamento di quello precedente, del
1997. Lo inizio sulle coste del Baltico, a
Gdansk dove si sono compiute grandi opere e
importanti eventi della storia della nostra
Nazione. Qui, infatti, nel 997, Sant’Adalberto
terminò la sua missione apostolica. Due anni fa
mi fu dato di iniziare con solennità il Giubileo
del millennio della sua morte per martirio. Egli
è il Patrono della diocesi di Gdansk, perciò
dirigo a questa città i miei primi passi.
La testimonianza del
martirio di Adalberto divenne germe che genera
santità. Da mille anni la Chiesa serve
fedelmente questo mistero di grazia nella terra
dei Piast e desidera continuare a svolgere
efficacemente tale servizio, imitando il suo
unico Maestro e Signore. Perciò tende sempre a
rinnovarsi affinché, in tutti i tempi sia
riconoscibile sul suo volto l’immagine di
Cristo, “testimone insuperabile di amore
paziente e di umile mitezza” (Tertio millennio
adveniente, 35). Un tale rinnovamento si
proponeva il Concilio Vaticano II, che sotto
l'impulso dello Spirito Santo indicò alla Chiesa
le vie lungo le quali camminare al termine del
secondo millennio, per portare nel mondo
contemporaneo l’eterno mistero di un Dio che
ama. Il secondo Sinodo Plenario della Chiesa in
Polonia, inaugurato l’8 giugno 1991 a Varsavia,
che chiuderemo durante questo pellegrinaggio, ha
il compito di rendere sempre attuale questo
insegnamento conciliare, affinché l’iniziato
rinnovamento interiore del Popolo di Dio in
terra polacca, possa continuare e compiersi
fruttuosamente, contribuendo ad una nuova
primavera dello spirito a misura dei tempi verso
i quali camminiamo.
Mentre volge lo sguardo al futuro, la
Chiesa conferma allo stesso tempo la propria
identità formata nel corso di due millenni
mediante delle sue figlie e dei suoi figli allo
Spirito Santo. Questa identità acquista
un’espressione particolare nella vita dei santi
testimoni del mistero dell’amore di Dio. Le
beatificazioni che avranno luogo, durante il
presente pellegrinaggio, a Warszawa e a Torun, e
la canonizzazione a Stary Sacz, mostreranno la
grandezza e la bellezza della santità della vita
e la potenza dell’azione di Dio nell’uomo. Sia
benedetto Dio che “è amore” per tutti i frutti
di questa santità, per tutti i doni dello
Spirito di questo millennio che sta per
terminare.
C’è ancora un motivo, molto
importante, di questo pellegrinaggio. Quest’anno
celebriamo il millennio dell’istituzione, da
parte del papa Silvestro II, della metropoli
indipendente di Gniezno, composta da quattro
diocesi: Gniezno, Kolobrzeg, Wroclaw e Kraków.
In un certo senso, questo fu il primo frutto in
terra polacca della morte per martirio di
Sant’Adalberto. La nazione, da poco battezzata,
iniziò la sua peregrinazione attraverso la
storia insieme ai suoi Pastori - Vescovi delle
nuove diocesi. Per la Chiesa in Polonia e per
tutta la nazione fu un grande evento, la cui
memoria celebreremo a Kraków.
Sono lieto perché questo
pellegrinaggio in patria inizia a Gdansk, una
città che è entrata per sempre nella storia
della Polonia, dell’Europa, e forse persino del
mondo. E' qui infatti che si fece sentire in
modo particolare la voce delle coscienze che
invocavano il rispetto della dignità dell’uomo,
specialmente del lavoratore, la voce che
reclamava la libertà, la giustizia e la
solidarietà fra gli uomini. Questo grido delle
coscienze destate dal sonno è risuonato con
tanta forza da aprire lo spazio per la sospirata
libertà, che è divenuta e continua a rimanere
per noi un grande compito e una sfida per l’oggi
e per il futuro. Proprio a Gdansk nasceva una
Polonia nuova, di cui oggi godiamo tanto e di
cui siamo orgogliosi. Constato con letizia che
il nostro Paese ha fatto grandi progressi sulla
via dello sviluppo economico. Grazie allo sforzo
di tutti i suoi cittadini la Polonia può
guardare con speranza al futuro. E’ un Paese che
si è conquistato negli ultimi anni un
particolare riconoscimento e il rispetto delle
altre nazioni del mondo. Per tutto ciò sia
benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù
Cristo. Prego incessantemente affinché lo
sviluppo materiale del Paese vada di pari passo
con il suo sviluppo spirituale.
Vengo da voi alla vigilia
del Grande Giubileo dell’Anno 2000. Vengo come
un pellegrino dai figli e dalle figlie della mia
Patria con parole di fede, speranza e carità. Al
tramonto di questo millennio ed insieme alla
soglia dei tempi nuovi che verranno, voglio
meditare insieme ai miei connazionali il grande
mistero dell’amore di Dio, e lodare Dio che “è
amore”. Egli infatti “ha tanto amato il mondo da
dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque
crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”
(Gv 3, 16). Insieme a voi mi chino su questo
ineffabile mistero del divino amore e della
divina misericordia. Desidero tanto
che mediante il mio ministero pastorale, durante
il presente pellegrinaggio, il divino messaggio
dell’amore giunga ad ogni famiglia e in ogni
casa, a tutti i miei connazionali che abitano in
Polonia o fuori dei suoi confini, ovunque si
trovino.
“La grazia del Signore
Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione
dello Spirito Santo siano con tutti noi” (cfr.
2Cor 13, 13) in questi giorni di pellegrinaggio
e per sempre.
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VISITA ALLA DIOCESI DI
ISCHIA
Domenica, 5 maggio 2002
OMELIA
"Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri
cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi
domandi ragione della speranza che è in voi" (1Pt 3,
15).
Con queste parole dell'apostolo Pietro, desidero
salutare tutti voi, carissimi Fratelli e Sorelle di
Ischia. Grazie per la vostra calorosa accoglienza!
Saluto in primo luogo il vostro amato Pastore, Mons.
Filippo Strofaldi, e lo ringrazio per le parole di
benvenuto che ha voluto rivolgermi a nome vostro.
Estendo il mio cordiale saluto ai Vescovi della
Campania e agli altri Presuli presenti, ai
sacerdoti, ai religiosi e alle religiose e alle
varie componenti della famiglia diocesana.
Rivolgo un deferente pensiero al Rappresentante del
Governo italiano, come pure ai Rappresentanti del
Comune, della Provincia di Napoli e della Regione
Campania. Saluto anche le altre Autorità politiche e
militari, che con la loro presenza hanno voluto
onorare questo nostro incontro. Ringrazio poi quanti
hanno offerto la loro generosa collaborazione per
preparare questa mia visita.
Stringo infine a me in un grande abbraccio tutti voi,
abitanti dell'isola, con una speciale parola per gli
anziani, gli ammalati, i bambini, le famiglie, senza
dimenticare coloro che, per vari motivi, non hanno
potuto essere con noi quest'oggi.
Permettete, carissimi Fratelli e Sorelle, che nel
contesto di questa solenne e festosa celebrazione
eucaristica, indirizzi alla vostra amata comunità
tre parole importanti, prendendole dalle letture
bibliche poc'anzi proclamate.
La prima è: "ascolta!". La troviamo nel vivace
racconto del libro degli Atti degli Apostoli, dove
si narra che "le folle prestavano ascolto unanimi
alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo
i miracoli che egli compiva" (At 8, 6). L'ascolto
del testimone di Gesù, che parla di Lui con amore ed
entusiasmo, produce, come frutto immediato, la
gioia. Nota san Luca: "E vi fu grande gioia in
quella città" (At 8, 8).
Comunità cristiana di Ischia, se vuoi sperimentare
anche tu questa gioia, resta in ascolto della Parola
di Dio! Porterai così a compimento la tua missione,
camminando sotto l'azione dello Spirito Santo.
Diffonderai il Vangelo della gioia e della pace,
rimanendo unita al tuo Vescovo e ai sacerdoti, suoi
primi collaboratori.
Come è avvenuto per le comunità di Samaria, di cui
parla la prima lettura, scenderà anche su di te
l'effusione abbondante del Consolatore, il quale -
lo ricorda il Concilio Vaticano II - "muove il cuore
e lo rivolge a Dio, apre gli occhi della mente, e dà
a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla
Verità" (Cost. Dei Verbum, 5).
Fratelli e Sorelle carissimi, c'è una seconda parola
che vorrei rivolgervi, ed è: "accogli!". La vostra
splendida isola, meta di un gran numero di
visitatori e turisti, conosce bene il valore
dell'accoglienza. Ischia, pertanto, può diventare un
laboratorio privilegiato anche di quella tipica
accoglienza, che i discepoli di Cristo sono chiamati
ad offrire a tutti, da qualunque paese provengano e
a qualsiasi cultura appartengano. Solo chi ha aperto
l'animo a Cristo è in grado di offrire
un'accoglienza mai formale e superficiale, ma
contrassegnata da "dolcezza" e da "rispetto" (cfr 1
Pt 3, 15).
La fede accompagnata da opere buone è contagiosa e
irradiante, perché rende visibile e comunica l'amore
di Dio. Tendete a far vostro questo stile di vita,
ascoltando le parole dell'apostolo Pietro, poco fa
proclamate nella seconda lettura (cfr 1Pt 3, 15).
Egli esorta i credenti a rispondere sempre con
pronta disponibilità "a chiunque vi domandi ragione
della speranza che è in voi". E aggiunge che è
"meglio, se così vuole Dio, soffrire operando il
bene che facendo il male" (1Pt 3, 17).
Quanta saggezza umana e quanta ricchezza spirituale in
questi semplici, ma fondamentali consigli ascetici e
pastorali! Essi conducono alla terza parola che
vorrei affidarvi: "ama!". L'ascolto e l'accoglienza
aprono l'animo all'amore. Il brano del Vangelo di
Giovanni, appena letto, ci aiuta a meglio
comprendere questa misteriosa realtà. Esso ci mostra
come l'amore sia il pieno compimento della vocazione
della persona secondo il disegno di Dio. Questo
amore è il grande dono di Gesù, che ci rende
veramente e pienamente uomini. "Chi accoglie i miei
comandamenti e li osserva, - dice il Signore -
questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e
anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui" (Gv 14,
21).
Quando ci si sente amati, si è più facilmente spinti
ad amare. Quando si sperimenta l'amore di Dio, si è
più pronti a seguire Colui che ha amato i suoi
discepoli "sino alla fine" (Gv 13, 1), cioè fino al
dono totale di sé.
È di questo amore che l'umanità, oggi forse più che
mai, ha bisogno, perché solo l'amore è credibile. È
la fede incrollabile in questo amore che ispira ai
discepoli di Gesù di ogni epoca pensieri di pace,
spalancando orizzonti di perdono e di concordia.
Certo, ciò è impossibile secondo la logica del
mondo, ma tutto si rende possibile a chi si lascia
trasformare dalla grazia dello Spirito di Cristo,
effusa con il Battesimo nei nostri cuori (cfr Rm 5,
5).
Chiesa che vivi in Ischia: sii docile e obbediente
alla Parola di Dio e sarai laboratorio di pace e di
autentico amore. Diventerai Chiesa sempre più
accogliente, dove tutti si sentono a casa. Coloro
che vengono a visitarti ripartiranno rinfrancati nel
corpo, ma ancor più rinvigoriti nello spirito.
Sotto la guida illuminata e prudente del tuo Pastore,
sii una comunità che sa "ascoltare", una terra
pronta ad "accogliere", una famiglia che si sforza
di "amare" tutti in Cristo.
Ti affido alla Vergine Maria, Madre del Bell'Amore,
perché ti aiuti a far risplendere la tua identità di
Chiesa di Cristo, di Chiesa dell'Amore.
Ti siano di esempio e di aiuto i santi Patroni, nei
quali si è resa concreta in modo visibile e
credibile la divina carità.
Chiesa che vivi in Ischia! Il soffio dello Spirito di
Cristo ti spinge verso gli orizzonti sconfinati
della santità. Non temere, ma con fiducia prendi il
largo! Avanza fiduciosa. Sempre! Amen.

discorso
all'Aeroporto di La Habana
21 gennaio 1998
Signor Presidente, Signor
Cardinale e Fratelli nell'Episcopato,
Eccellentissime Autorità,
Membri del Corpo Diplomatico, Carissimi fratelli
e sorelle di Cuba:
Rendo grazie a Dio, Signore della
storia e dei nostri destini, che mi ha permesso
di venire in questa terra, definita da
Cristoforo Colombo come «la più bella che occhi
umani abbiano mai visto». Nel giungere su
quest'Isola, dove fu piantata, più di
cinquecento anni fa, la Croce di Cristo — croce
oggi gelosamente custodita come un tesoro nella
chiesa parrocchiale di Baracoa, nell'estremità
orientale del Paese — saluto tutti con
particolare emozione e grande affetto.
È giunto il
felice giorno, tanto a lungo desiderato, in cui
posso rispondere all'invito che i Vescovi di
Cuba mi hanno formulato già da tempo, invito che
anche il Signor Presidente della Repubblica mi
ha rivolto e che mi ha ribadito personalmente in
Vaticano in occasione della sua visita nel mese
di novembre del 1996. Mi riempie di
soddisfazione visitare questa Nazione, stare con
Voi e poter condividere così alcune giornate
piene di fede, di speranza e di amore.
Mi è gradito rivolgere un saluto in
primo luogo al Signor Presidente, Dr. Fidel
Castro Ruz, che ha compiuto il gesto di venire a
ricevermi e al quale desidero manifestare la mia
gratitudine per le sue parole di benvenuto.
Esprimo ugualmente il mio riconoscimento alle
altre autorità qui presenti, così come al Corpo
Diplomatico e a quanti hanno offerto la loro
preziosa collaborazione per preparare questa
Visita pastorale.
Saluto con profondo affetto i miei
Fratelli nell'Episcopato, in particolare il
Signor Cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino,
Arcivescovo di La Habana e ciascuno degli altri
Vescovi cubani come pure quelli che sono venuti
da altri Paesi per partecipare agli eventi di
questa Visita pastorale e rinnovare così e
rafforzare, come in tante altre occasioni, gli
stretti vincoli di comunione e di affetto delle
loro Chiese particolari con la Chiesa che è a
Cuba. In questo saluto il mio cuore si apre
anche con grande affetto ai cari sacerdoti, ai
diaconi, ai religiosi, alle religiose, ai
catechisti e ai fedeli, ai quali sono debitore
nel Signore come Pastore e Servitore della
Chiesa Universale (cfr Cost. dogm. Lumen
gentium, 22). In tutti voi vedo l'immagine di
questa Chiesa locale, tanto amata e sempre
presente nel mio cuore, e mi sento molto
solidale e vicino alle vostre aspirazioni e ai
vostri legittimi desideri. Dio voglia che questa
Visita che inizia oggi serva a ravvivare in
tutti l'impegno a mettere in atto il proprio
sforzo per soddisfare queste aspettative con il
contributo di ogni cubano e con l'aiuto dello
Spirito Santo. Voi siete e dovete essere i
protagonisti della vostra storia personale e
nazionale.
Saluto anche cordialmente tutto il
popolo cubano, rivolgendomi a tutti senza
eccezioni: uomini e donne, anziani e giovani,
adolescenti e bambini, alle persone che
incontrerò e a quelle che non potranno
partecipare alle varie celebrazioni per motivi
diversi.
Con questo Viaggio apostolico vengo,
nel nome del Signore, a confermarvi nella fede,
ad animarvi nella speranza, ad incoraggiarvi
nella carità; per condividere il vostro profondo
spirito religioso, le vostre pene, le vostre
gioie e le vostre sofferenze, celebrando, come
membri di una grande famiglia, il mistero
dell'Amore divino e renderlo più profondamente
presente nella vita e nella storia di questo
nobile popolo, che ha sete di Dio e dei valori
spirituali che la Chiesa, in questi cinque
secoli di presenza sull'Isola, non ha mai smesso
di dispensare. Vengo come pellegrino dell'amore,
della verità e della speranza, con il desiderio
di dare un nuovo impulso all'opera
evangelizzatrice che, anche in mezzo alle
difficoltà, questa Chiesa locale prosegue con
vitalità e dinamismo apostolico camminando verso
il terzo Millennio cristiano.
Nel compimento del mio
ministero, ho sempre annunciato la verità su
Gesù Cristo, il quale ci ha rivelato la verità
sull'uomo, la sua missione nel mondo, la
grandezza del suo destino e la sua inviolabile
dignità. A tale proposito, il servizio all'uomo
è il cammino della Chiesa. Oggi vengo a
condividere con Voi la mia profonda convinzione
che il Messaggio del Vangelo conduce all'amore,
alla dedizione, al sacrificio e al perdono, in
modo che se un popolo percorre questo cammino
vuol dire che è un popolo che ha la speranza di
un futuro migliore. Perciò, fin dai primi
momenti della mia presenza fra di Voi, voglio
dire con la stessa forza dell'inizio del mio
Pontificato: «Non abbiate paura di aprire il
vostro cuore a Cristo», lasciate che Egli entri
nella vostra vita, nelle vostre famiglie, nella
società, affinché in questo modo tutto venga
rinnovato. La Chiesa ripete questo appello,
convocando tutti, senza eccezioni: persone,
famiglie, popoli, affinché seguendo fedelmente
Gesù Cristo incontrino il senso pieno della loro
vita, si pongano al servizio dei loro simili,
trasformino i rapporti familiari, lavorativi e
sociali, il che andrà sempre più a beneficio
della Patria e della società.
La Chiesa a Cuba ha annunciato sempre
Gesù Cristo, anche se a volte ha dovuto farlo
con un numero insufficiente di sacerdoti e in
circostanze difficili. Desidero esprimere la mia
riconoscenza a tanti credenti cubani per la loro
fedeltà a Cristo, alla Chiesa e al Papa, come
anche per il rispetto dimostrato nei confronti
delle tradizioni religiose più autentiche
apprese dagli avi e per il coraggioso e
perseverante spirito di dedizione di cui hanno
dato prova nelle loro sofferenze e aspirazioni.
Tutto ciò è stato ricompensato in molte
occasioni dalla solidarietà dimostrata da altre
comunità ecclesiali dell'America e del mondo
intero. Oggi, come sempre, la Chiesa a Cuba
desidera poter disporre dello spazio necessario
per continuare a servire tutti in conformità
alla missione e agli insegnamenti di Gesù
Cristo.
Amati figli della Chiesa cattolica a
Cuba: so bene quanto avete atteso il momento
della mia Visita e voi sapete quanto io l'ho
desiderato. Per questo accompagno con la
preghiera i miei migliori auspici affinché
questa terra possa offrire a tutti un clima di
libertà, di fiducia reciproca, di giustizia
sociale e di pace duratura. Possa Cuba aprirsi
con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo
e possa il mondo aprirsi a Cuba, affinché questo
popolo che come ogni uomo e ogni nazione ricerca
la verità, lavora per andare avanti, aspira alla
concordia e alla pace, possa guardare al futuro
con speranza.
Con la fiducia riposta nel
Signore e sentendomi profondamente unito agli
amati figli e figlie di Cuba, ringrazio di cuore
per questa calorosa accoglienza con la quale
inizia la mia Visita pastorale, che affido alla
materna protezione della Santissima «Virgen de
la Caridad del Cobre». Benedico di cuore tutti
e, in modo particolare, i poveri, i malati, gli
emarginati e quanti soffrono nel corpo e nello
spirito.
Sia lodato Gesù Cristo!
Molte Grazie.
 
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